Guardiamo davvero un video perché ci piace o semplicemente perché non riusciamo a distogliere lo sguardo? Scorrendo le nostre pagine social, il confine tra intrattenimento e puro cattivo gusto si è fatto incredibilmente sottile. Video di persone che mangiano in modo disordinato, vorace, con rumori enfatizzati o abbinamenti disgustosi inundano le bacheche. Non si tratta di un caso, ma di una dinamica precisa: la trasformazione del fastidio in moneta di scambio.Le domande da porsi sul fenomeno * Che valore diamo al nostro tempo online? Se dedichiamo minuti a guardare qualcuno che consuma cibo in modo grottesco solo per provare fastidio, chi sta davvero guidando la nostra attenzione? * L'algoritmo ci riflette o ci condiziona? Il meccanismo del rage-bait (il contenuto creato appositamente per far arrabbiare o disgustare) funziona perché lasciamo un commento di sdegno. Ma così facendo, non stiamo forse premiando proprio ciò che diciamo di detestare? * Dove è finito il rispetto per il cibo? In un contesto globale attento alla sostenibilità, che messaggio trasmette la trasformazione del cibo in uno strumento per fare numeri, spesso accompagnata dallo spreco a telecamere spente? L'impatto invisibile su chi guarda L'esposizione continua a questi format non lascia indifferenti. Da un lato c'è il rischio di un'assuefazione visiva, per cui serve un contenuto sempre più estremo per catturare la nostra curiosità. Dall'altro, si insinua una normalizzazione di comportamenti che alterano la percezione della socialità e del rapporto con l'alimentazione, specie tra i più giovani. Riflettere su questo fenomeno significa chiedersi quale tipo di contenuti vogliamo alimentare con i nostri "click". La prossima volta che un video del genere comparirà sullo schermo, la scelta sarà semplice: continuare a nutrire il circolo con un commento d'incredulità, o passare oltre?
Guardiamo davvero un video perché ci piace o semplicemente perché non riusciamo a distogliere lo sguardo? Scorrendo le nostre pagine social, il confine tra intrattenimento e puro cattivo gusto si è fatto incredibilmente sottile. Video di persone che mangiano in modo disordinato, vorace, con rumori enfatizzati o abbinamenti disgustosi inundano le bacheche. Non si tratta di un caso, ma di una dinamica precisa: la trasformazione del fastidio in moneta di scambio.Le domande da porsi sul fenomeno * Che valore diamo al nostro tempo online? Se dedichiamo minuti a guardare qualcuno che consuma cibo in modo grottesco solo per provare fastidio, chi sta davvero guidando la nostra attenzione? * L'algoritmo ci riflette o ci condiziona? Il meccanismo del rage-bait (il contenuto creato appositamente per far arrabbiare o disgustare) funziona perché lasciamo un commento di sdegno. Ma così facendo, non stiamo forse premiando proprio ciò che diciamo di detestare? * Dove è finito il rispetto per il cibo? In un contesto globale attento alla sostenibilità, che messaggio trasmette la trasformazione del cibo in uno strumento per fare numeri, spesso accompagnata dallo spreco a telecamere spente? L'impatto invisibile su chi guarda L'esposizione continua a questi format non lascia indifferenti. Da un lato c'è il rischio di un'assuefazione visiva, per cui serve un contenuto sempre più estremo per catturare la nostra curiosità. Dall'altro, si insinua una normalizzazione di comportamenti che alterano la percezione della socialità e del rapporto con l'alimentazione, specie tra i più giovani. Riflettere su questo fenomeno significa chiedersi quale tipo di contenuti vogliamo alimentare con i nostri "click". La prossima volta che un video del genere comparirà sullo schermo, la scelta sarà semplice: continuare a nutrire il circolo con un commento d'incredulità, o passare oltre?
