Nel cuore di Mestre, i cancelli dell’Istituto Comprensivo "Caio Giulio Cesare" raccontano una storia che va oltre le semplici statistiche amministrative. È una vicenda fatta di corridoi sempre più silenziosi, barriere linguistiche e un senso di smarrimento che attraversa sia le famiglie sia chi la scuola deve mandarla avanti ogni giorno.I numeri di un’assenza La fotografia scattata all’inizio del nuovo anno scolastico rivela una realtà ormai consolidata: nelle due sedi della scuola dell'infanzia dell'istituto si contano soltanto tre bambini con un cognome italiano. Un panorama analogo si presenta nelle sei classi delle scuole medie, dove gli alunni italiani sono appena una decina. La stragrande maggioranza della popolazione scolastica appartiene infatti alla comunità bengalese, da anni fortemente radicata nel quartiere per ragioni lavorative e abitative. Il cortocircuito dell'integrazione Quello che doveva essere un laboratorio di inclusione si è trasformato, anno dopo anno, in un circolo vizioso. L'assenza quasi totale di un mix culturale e le forti difficoltà linguistiche — accentuative dalla scarsità di mediatori culturali stabili — hanno spinto progressivamente i genitori italiani a iscrivere i propri figli in altri plessi della zona. Un fenomeno di "fuga" che non riguarda solo gli alunni, ma anche il personale: tra precariato diffuso, contratti in scadenza e la complessità di gestione quotidiana, collaboratori scolastici e impiegati di segreteria hanno chiesto il trasferimento o rifiutato le assegnazioni, lasciando le scrivanie temporaneamente vuote e la dirigenza ad affrontare un carico di lavoro straordinario. Una sfida per il futuro Guidare un istituto in queste condizioni rappresenta una sfida enorme. Senza risorse dedicate, un supporto costante di mediazione linguistica e una pianificazione territoriale capace di equilibrare le presenze nei vari plessi, la scuola rischia di trovarsi isolata dal tessuto sociale circostante. Resta aperto l'interrogativo su come restituire a questi spazi la loro vocazione originaria: essere un luogo di incontro, crescita condivisa e reale integrazione per tutti i bambini del territorio.
Nel cuore di Mestre, i cancelli dell’Istituto Comprensivo "Caio Giulio Cesare" raccontano una storia che va oltre le semplici statistiche amministrative. È una vicenda fatta di corridoi sempre più silenziosi, barriere linguistiche e un senso di smarrimento che attraversa sia le famiglie sia chi la scuola deve mandarla avanti ogni giorno.I numeri di un’assenza La fotografia scattata all’inizio del nuovo anno scolastico rivela una realtà ormai consolidata: nelle due sedi della scuola dell'infanzia dell'istituto si contano soltanto tre bambini con un cognome italiano. Un panorama analogo si presenta nelle sei classi delle scuole medie, dove gli alunni italiani sono appena una decina. La stragrande maggioranza della popolazione scolastica appartiene infatti alla comunità bengalese, da anni fortemente radicata nel quartiere per ragioni lavorative e abitative. Il cortocircuito dell'integrazione Quello che doveva essere un laboratorio di inclusione si è trasformato, anno dopo anno, in un circolo vizioso. L'assenza quasi totale di un mix culturale e le forti difficoltà linguistiche — accentuative dalla scarsità di mediatori culturali stabili — hanno spinto progressivamente i genitori italiani a iscrivere i propri figli in altri plessi della zona. Un fenomeno di "fuga" che non riguarda solo gli alunni, ma anche il personale: tra precariato diffuso, contratti in scadenza e la complessità di gestione quotidiana, collaboratori scolastici e impiegati di segreteria hanno chiesto il trasferimento o rifiutato le assegnazioni, lasciando le scrivanie temporaneamente vuote e la dirigenza ad affrontare un carico di lavoro straordinario. Una sfida per il futuro Guidare un istituto in queste condizioni rappresenta una sfida enorme. Senza risorse dedicate, un supporto costante di mediazione linguistica e una pianificazione territoriale capace di equilibrare le presenze nei vari plessi, la scuola rischia di trovarsi isolata dal tessuto sociale circostante. Resta aperto l'interrogativo su come restituire a questi spazi la loro vocazione originaria: essere un luogo di incontro, crescita condivisa e reale integrazione per tutti i bambini del territorio.
